• Chiara Bassi

Il fundraiser

Aggiornato il: 23 mag 2019

L' apertura mentale necessaria all'organizzazione

I nuovi fundraiser, questo il tema che ha fatto da sfondo alla XII edizione del Festival del Fundraising, concluso da qualche giorno e in occasione del quale, come di consueto, è stato eletto il fundraiser dell’anno. Questa volta il premio è stato consegnato a Giovanna Bonora, fundraiser senior all’Università Bocconi di Milano dove si occupa di Major Donor e che, secondo le motivazioni del premio, “incarna lo spirito del fundraiser animato e guidato dal desiderio di fare qualcosa per cambiare il mondo”.


Ma chi è il fundraiser?

Chi svolge questo lavoro sa bene come, nonostante la forte crescita degli ultimi anni anche dal punto di vista numerico (ad oggi su linkedin si auto dichiarano sotto il profilo di fundraiser quasi 26.000 persone, rispetto alle circa 5.000 del 2013), la figura professionale del fundraiser sia ancora poco conosciuta e molto sottovalutata. La maggior parte delle persone non sa di cosa si tratti e chi lo sa ha, spesso, una conoscenza e una visione di questo ruolo molto riduttiva e parziale. Nella mentalità dominante, raccogliere fondi per un'organizzazione è un compito che deve essere svolto volontaristicamente, ma questa è una visione molto semplicistica e piuttosto superficiale.




Come afferma Valerio Melandri “la decisione di donare o, di astenersi dal farlo, è raffigurata come interamente nelle mani, nella testa e nel cuore di colui che dona. Eppure, non è così, perché il dare è intimamente connesso al chiedere! Per la maggior parte, doniamo perché qualcuno, in qualche modo ce l’ha chiesto”.



A nostro avviso si può affermare, senza paura di esagerare, che, se non ci fossero i fundraiser, esisterebbero solo quei rarissimi donatori che agiscono spontaneamente. E sono veramente pochi, appena un 5%, quelli che compiono un’azione di dono senza essere coinvolti in una relazione fatta di tempo, spazio e azioni ben precise. Dopo ormai vent'anni di esperienza ci preme dire che attivare e gestire questo processo è da considerarsi a tutti gli effetti un lavoro e che solo le organizzazioni che hanno il coraggio di investire in questo passaggio di mentalità riescono ad avviare un percorso che consolida nel tempo le relazioni con i donatori e, quindi, la raccolta fondi all'interno della propria organizzazione.


Un viaggio alla scoperta del fundraiser

il Festival del Fundraising è stata l’occasione privilegiata per presentare e condividere i dati principali del 2° censimento dei fundraiser (il 1° risale al 2014). La ricerca, realizzata da Philanthropy Centro Studi - Università di Bologna Campus di Forlì - in collaborazione con il Festival del Fundraising e ASSIF - Associazione Italiana Fundraiser, rivela in maniera chiara come il ruolo del fundraiser sia una professione a tutti gli effetti, una professione che richiede competenze, tecniche e qualità specifiche.

I fundraiser correttamente censiti sono stati 1.641, il questionario era composto da 44 domande ed ha voluto sottoporre all'attenzione gli aspetti professionali, socio-demografici e retributivi da un lato e dall'altro le percezioni circa il lavoro e le soft skills. I fundraiser sono stati, inoltre, suddivisi in due grandi gruppi, quelli che sono riusciti ad ottenere una donazione singola di almeno 250.000, il 9% degli intervistati, e tutti gli altri fundraiser.

I risultati emersi delineano un profilo del fundraiser dei tempi attuali e rivelano dati interessanti sulla crescita di questa professione che meritano un approfondimento.


Per questo, consigliamo vivamente la lettura del libro “I nuovi fundraiser. Perché chi chiede è più importante di chi dona” realizzato da Valerio Melandri (direttore del Master di Fundraising dell’Università e Fondatore del Festival del Fundraising) in collaborazione con Beth Brezze (co-fondatrice e direttrice del Kent Center Philanthropy, U.K).

In questa occasione, ci soffermeremo, in particolare, su alcuni dati della ricerca che ci hanno particolarmente colpito perché rivelano caratteristiche che accomunano i fundraiser, soprattutto per quanto riguarda le soft skills.

Il primo dato di contesto molto interessante, che ci preme portare all'attenzione, è che solo il 35.4% dei fundraiser italiani dichiara con convinzione di lavorare in un’organizzazione non profit che ha una “cultura del fundraising” e la maggior parte, il 73%, dichiara che questa mancanza influenza la loro capacità di fare fundraising. I fundraiser da 250.000 euro e oltre hanno dato risposte più positive al riguardo ma anche per il 72,1% di questo gruppo, la mancanza di cultura è considerata un ostacolo importante al loro lavoro.

Questo dato sembra confermare la tesi secondo cui “una maggior cultura della raccolta fondi all'interno della propria organizzazione, porti a una maggiore probabilità di “successo” in termini di donazioni”.

Chi svolge questa professione sa molto bene come, quando ci sono delle resistenze nei confronti del fundraising, sia piuttosto improbabile raggiungere i risultati sperati.


Per quanto riguarda, invece, le caratteristiche personali dei fundraiser sono state poste una serie di domande per testare le loro esperienze sull'aiutare gli altri e sul chiedere, a loro volta, aiuto. I risultati mostrano un’innata propensione al dono. Il 51,6%, infatti, dichiara di essere cresciuto in una famiglia dove era abitudine aiutare gli altri e afferma di mandare sempre un messaggio di ringraziamento quando ricevono un regalo (62,2%) e di provare felicità nel fare regali (65,4%).


Per una maggior efficacia dei risultati, sono stati confrontati alcuni dati con i report ISTAT sulla popolazione generale. Per quel che riguarda i livelli di fiducia generalizzata, quelli nei fundraiser sono significativamente più alti che nella popolazione generale. La maggioranza dei fundraiser ritiene che “della maggior parte delle persone ci si può fidare” e ritiene la fiducia un elemento fondamentale capace di costruire solide e durature relazioni dentro e fuori l’organizzazione.

Il nostro consiglio?


Tra le caratteristiche che misurano l’estroversione il 42,4% degli intervistati si dichiara una persona socialmente attiva e piena di energie (34.9%) rispetto al 25,9% della popolazione generale. Al 92,3% dei fundraiser piace riflettere e pensare nuove idee e sono persone curiose su molte cose (75,6%).

I fundraiser, in generale, risultano più estroversi e pieni di energia, più emotivamente stabili e calmi, più disponibili a cooperare che la popolazione generale. In sintesi, però, tra le differenze nei tratti della personalità tra i fundraiser e la popolazione generale, la caratteristica che risulta predominante è l’apertura mentale il 30,4% rispetto al 23,7% della popolazione generale.

Lo studio, infine sull'intelligenza emotiva, mostra chiaramente che i fundraiser nel complesso registrano punteggi elevati in quasi tutte e dieci le dimensioni della scala di intelligenza emozionale rispetto alla popolazione generale.

Questi risultati mettono in luce dei tratti positivi del fundraiser che riscontriamo anche noi nella nostra esperienza di consulenti, accompagnando fundraiser che si dedicano tutti i giorni a portare avanti la mission dell’organizzazione per cui lavorano.

Chiaramente non si può fare di tutta l’erba un fascio ma una cosa risulta molto evidente: che si tratti di un fundraiser senior o che sia appena uscito da un percorso formativo professionalizzante (master o scuola di formazione), che abbia una mansione specifica o che sia un “tuttofare”, la forza del fundraiser, oltre che nelle competenze e nella preparazione tecnica, consiste nella sua apertura, curiosità, capacità di implicarsi, creatività.

A noi piace tradurre tutto questo con la capacità di appassionarsi per la causa che incontra e fa sua.


Se avete già fatto o volete fare il passo di scommettere su un fundraiser non lasciatelo solo! Il fundraiser può sembrare scomodo per un’organizzazione perché richiede, inevitabilmente, un cambiamento ma è un cambiamento che porta ad una crescita; vale veramente la pena affidarsi e fidarsi. In fondo, sono proprio i fundraiser gli attivatori del processo del dono. Sono i primi a donarsi e questo non può che generare relazioni di fiducia e risvegliare in chi incontrano la gioia di donare.

Per cui coinvolgetelo! Rendetelo parte della vita dell’organizzazione, condividete la vostra passione per la mission, le sfide e le decisioni da intraprendere, lo stato d’avanzamento dei progetti; fategli passare del tempo con i beneficiari.




Perché il fattore vincente, nella costruzione della relazione con i donatori,

è la passione che saprà trasmettere.






52 visualizzazioni

Chiave di volta

un punto fermo per il cambiamento, un riferimento, una “cerniera” attorno alla quale sviluppare qualunque cambiamento tu voglia affrontare, grande o piccolo che sia.

In architettura è una pietra lavorata che ha la funzione di reggere tutta la struttura di un arco o di una volta. Per affrontare un cambiamento ciò che ti serve innanzitutto è una chiara, ferma e potente chiave di volta.

Contattaci

ASTOLFI 15-70

via Iacopo Barozzi 6/e - 40126 Bologna - BO

T. 051 9845100 - F. 051 9845114

comunicazione@astolfi1570.it


M.B.S. S.r.l.  - P.IVA 02108211208

Iscriviti alla Newsletter

  • LinkedIn Icona sociale